Immagine tratta dal film Il labirinto del fauno (2006), regia di Guillermo del Toro. Copyright © diritti dei rispettivi proprietari.
SPOILER: Per chi non avesse ancora visto il film, o letto il libro, informo che questo articolo contiene riferimenti alla storia e al finale de Il labirinto del fauno.
Quanto costa dire no? E a chi costa di più soprattutto, a chi detiene il potere o a chi lo subisce? Nel 2006 Guillermo del Toro ha portato sullo schermo una fiaba oscura che continua a interrogarci su queste domande.
Il labirinto del fauno, a vent’anni dalla sua uscita nelle sale, non è una storia di evasione dalla realtà, ma un film sulla responsabilità di scegliere, anche quando obbedire sarebbe più semplice, più sicuro e più conveniente.
Una bambina, due mondi
La storia si svolge nella Spagna del 1944, cinque anni dopo la vittoria di Franco. Ofelia, una bambina di circa dieci anni, viaggia con la madre incinta verso un avamposto militare tra i boschi del nord. Ad attenderle c’è il Capitano Vidal, nuovo marito della madre e ufficiale franchista incaricato di dare la caccia ai partigiani repubblicani nascosti tra le montagne. Vidal è l’incarnazione del fascismo: spietato, ossessionato dal controllo, convinto che l’obbedienza sia l’unica virtù che conta .
In questo contesto di oppressione e violenza, Ofelia scopre un labirinto abbandonato e incontra un fauno, creatura antica e ambigua che le rivela di essere la reincarnazione di una principessa dell’Oltretomba. Per tornare nel suo regno, dovrà superare tre prove.
Mentre la brutalità di Vidal si abbatte sui ribelli e sui civili, Ofelia si muove tra due realtà: quella concreta, fatta di sangue e soprusi, e quella fantastica, popolata da creature meravigliose e terrificanti.
La morale nascosta nel labirinto
Del Toro ha dichiarato esplicitamente che Il labirinto del fauno è “una fiaba oscura sulla scelta”. Il messaggio del film non riguarda la fuga nell’immaginazione per dimenticare il mondo, ma la capacità di restare fedeli a se stessi quando tutto intorno impone conformità. Ofelia affronta ogni prova non per conquistare un potere, ma per scoprire chi è lei davvero.
La chiave morale dell’intera opera sta nel finale: il fauno chiede a Ofelia di versare qualche goccia di sangue innocente – ovvero quello del fratellino appena nato – per aprire il portale dell’Oltretomba. Ma lei si rifiuta. Preferisce rinunciare al suo destino di principessa piuttosto che sacrificare un altro essere umano. In quel momento Ofelia, supera la prova finale proprio disobbedendo, scegliendo secondo coscienza e non per convenienza. Come ha spiegato il regista, Ofelia passa il test “scegliendo di versare il proprio sangue invece di quello altrui”.
È una morale scomoda per molti: Essere giusti richiede coraggio, e talvolta il prezzo da pagare è altissimo.
Obbedienza cieca contro scelta etica
Il contrasto tra Vidal e Ofelia è il cuore pulsante del film. Il capitano rappresenta l’istituzione che esige obbedienza senza discussione: il fascismo, nella sua definizione più nuda, è “una mancanza istituzionale di scelta”, come ha sottolineato del Toro. Vidal non si interroga mai, non dubita, agisce secondo un codice rigido che giustifica ogni crudeltà in nome dell’ordine.
Ofelia invece incarna la possibilità di scegliere. Anche quando il fauno – figura anch’essa ambigua e non del tutto affidabile – le ordina di obbedire, lei esita, valuta, e alla fine decide con la propria testa, con i propri valori. In una delle prove, mangia due chicchi d’uva proibiti, sbagliando per ingenuità e fame. Il fauno la punisce per la disobbedienza, eppure quella “colpa” è profondamente umana, disobbedire per debolezza è ancora diverso dal disobbedire per scelta morale, ma entrambe le azioni mettono in discussione l’autorità.
La tensione del film nasce proprio da questo, in un regime totalitario, dove Mercedes (la governante che aiuta i partigiani) e il dottor Ferreiro, rischiano la vita per seguire la coscienza, ogni atto di disobbedienza diventa resistenza. E Ofelia, pur essendo una bambina immersa nelle fiabe, compie la resistenza più radicale, quella di chi non accetta compromessi morali nemmeno per salvarsi.
Il fantastico come forma di resistenza
Sarebbe facile leggere il mondo fantastico di Ofelia come pura evasione, un rifugio psicologico dall’orrore circostante. Ma del Toro ha costruito qualcosa di più complesso. Il regista ha spiegato che “coloro che vivono in un mondo immaginario hanno la grande responsabilità di mantenere viva quella immaginazione e libertà”, perché “il mondo spirituale o immaginario ci dà una libertà che contrasta con i precetti delle istituzioni che vogliono che tu obbedisca senza ragione”.
In altre parole, l’immaginazione non è una fuga, è uno spazio di libertà interiore che nessun regime può controllare. Ofelia non smette di credere nelle sue fiabe nemmeno quando la madre le ordina di crescere e dimenticare “quelle sciocchezze”. La capacità di immaginare un mondo diverso, più giusto, è già un atto di ribellione. È ciò che permette a Ofelia di non diventare come Vidal, di non accettare la logica del potere assoluto, ingiusto e violento.
Del Toro ambienta volutamente il film nella Guerra Civile e nella Spagna franchista perché serve “brutalità per far accadere la magia”. Solo in contrasto con la violenza più estrema emerge il valore della scelta morale.
La Spagna franchista: memoria e parabola
Il 1944 è un anno simbolico, la Seconda Guerra Mondiale volge al termine, e i partigiani spagnoli sperano ancora che gli alleati intervengano contro Franco. Ma questo purtroppo non accadrà mai. Del Toro usa questo momento storico per raccontare una parabola sulla Spagna, ma anche sull’Europa e sul mondo. Il film non è una lezione di storia, ma utilizza la memoria storica come specchio per il presente.
Come ha detto del Toro nel 2006, “il pendolo politico nel mondo intero sta tornando a destra, ogni giorno sempre più”. Il suo film vuole ricordare che la Storia non è mai definitivamente risolta, le dinamiche di potere, oppressione e resistenza si ripetono nel tempo. La Spagna di Franco è un caso estremo, ma il meccanismo è universale: ci sarà sempre chi esige obbedienza cieca, e ci sarà sempre bisogno di chi sceglie secondo coscienza.
Il labirinto del titolo originale (El laberinto del fauno) è una metafora perfetta, non è un luogo dove ci si perde senza via d’uscita, ma “un luogo di transito etico e morale verso un centro inevitabile”. È il percorso della Spagna stessa, dalla Guerra Civile alla dittatura fino all’esplosione di libertà del post-franchismo. Ed è anche il percorso interiore di chiunque si trovi a scegliere tra convenienza e giustizia.
Una domanda che resta aperta
Il labirinto del fauno si chiude con una doppia verità: Ofelia muore nel mondo reale, ma nella dimensione fantastica viene accolta come principessa. Del Toro ha lasciato volutamente ambiguo se il regno sotterraneo esista davvero o sia solo l’ultima visione di una bambina morente. Ma ha anche affermato di credere che sia reale, e di aver disseminato indizi nel film a sostegno di questa tesi.
Forse, però, non è questo il punto. Ciò che conta è che Ofelia ha scelto di sacrificarsi piuttosto che far del male a un innocente. In quel momento, ha conquistato una forma di immortalità, non quella del corpo, ma quella di chi rimane immune alla corruzione morale. Come scrive del Toro nei suoi appunti, “l’immortalità non significa vivere più a lungo, ma essere immuni alla morte”.
E allora la domanda che il film ci consegna è semplice e radicale: di fronte a un ordine ingiusto, cosa scegliamo? Obbedire è più facile. Essere giusti costa. Ma dopo? Cosa resta di noi, dopo?
Curiosità e contesto
Il labirinto del fauno è una coproduzione tra Spagna e Messico, realizzata con un budget contenuto di circa 15 milioni di euro. Guillermo del Toro ha rinunciato all’intero suo compenso come regista pur di mantenere il controllo creativo totale sul progetto, dopo che i finanziatori iniziali si erano ritirati. Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes nel maggio 2006, dove ricevette un’accoglienza entusiasta dalla critica internazionale.
Ha vinto tre premi Oscar (scenografia, fotografia, trucco) tre BAFTA tra cui quello per il miglior film in lingua non inglese, sette Premi Goya e il Premio Hugo per la migliore rappresentazione drammatica. La critica internazionale lo ha accolto in modo trionfale, è stato uno dei film con il punteggio più alto su Metacritic dell’intero decennio 2000-2009. Roger Ebert lo ha definito “uno dei più grandi film fantasy mai realizzati”.
Del Toro ha scritto personalmente i sottotitoli inglesi, insoddisfatto di quelli del suo film precedente The Devil’s Backbone. Gli effetti speciali combinano animatronica, trucco prostetico e CGI, l’attore Doug Jones, che interpreta sia il fauno che l’Uomo Pallido, trascorreva in media cinque ore al giorno per il trucco. Il regista ha disegnato ogni creatura nei suoi celebri taccuini, che porta sempre con sé e che una volta perse in un taxi a Londra durante la produzione – fortunatamente ritrovati due giorni dopo.
Il film è considerato oggi il capolavoro (magnum opus) di Guillermo del Toro e uno dei migliori film del XXI secolo. Un’opera europea che ha superato i confini del cinema d’autore, diventando un riferimento culturale internazionale.
Fonti e Approfondimenti
- Wikipedia – Pan’s Labyrinth
- British Film Institute (BFI) – Guillermo del Toro talks to Mark Kermode about Pan’s Labyrinth
- El País – “Mi imaginación es imposible de domesticar”