Quando lo Stato non seppe ascoltare chi cercava di salvarlo
Nel racconto pubblico della lotta alla mafia, Paolo Borsellino è spesso ricordato come un eroe. Ma c’è un aspetto meno celebrato, eppure fondamentale, della sua vicenda umana e professionale: il prezzo altissimo che pagò per la sua coerenza.
Un prezzo fatto di isolamento istituzionale, mancato ascolto, ostacoli e contraddizioni interne allo stesso Stato che avrebbe dovuto proteggerlo e sostenerlo.
Questo articolo esplora le denunce, le audizioni, i conflitti che Paolo Borsellino portò avanti negli ultimi anni della sua vita. Non solo contro la mafia, ma anche contro un sistema giudiziario e politico che, invece di valorizzarlo, spesso lo ostacolò o lo lasciò solo.
Un magistrato fuori dagli schemi
Quando nel 1991 Borsellino viene convocato dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) per esprimersi sul comportamento della Procura di Trapani, non si limita a una testimonianza tecnica. La sua audizione diventa un atto di verità, uno spaccato lucidissimo sul rapporto tra mafia, politica e istituzioni.
La Procura di Trapani gli aveva trasmesso, con oltre un anno di ritardo, i verbali di due collaboratori di giustizia contenenti accuse gravi nei confronti di politici locali. Borsellino ne venne a conoscenza solo a seguito di una fuga di notizie apparsa sulla stampa.
Sconcertato, parlò apertamente di un sistema che, più che combattere la mafia, sembrava talvolta nasconderla sotto il tappeto. Denunciò un approccio “rassegnato” e “prudente” alla criminalità organizzata, incarnato da una parte della magistratura che evitava di esporsi per non correre rischi. Il CSM stesso definì questa impostazione come “la dottrina Coci”, dal nome del procuratore di Trapani rimosso per incompatibilità ambientale:
“Si risolveva, da un lato, nel consiglio a non esporsi troppo con atti che potessero indurre i criminali ad azioni violente contro la persona e, dall’altro, in una valutazione rassegnata del fenomeno della mafia e delle sue conseguenze sociali”.
La cultura dell’antimafia e l’ostilità interna
A quel modello prudente e attendista, Borsellino contrapponeva una concezione esattamente opposta. Per lui, la lotta alla mafia non poteva essere una questione formale o burocratica. Doveva essere una missione etica e culturale.
Non temeva di indagare anche quando le inchieste toccavano il cosiddetto “terzo livello”, ovvero l’intreccio tra mafia, affari e politica.
“Debbo aprire il ventaglio di indagini a tutte le possibili fonti di prova, su tutto ciò che nel panorama giudiziario italiano risulta, come indagini, su queste persone” — dichiarò durante l’audizione.
(CSM.it – Paolo Borsellino – Mafia, affari e politica tra la fuga di notizie, i pentiti e la dottrina dei c.d. professionisti dell’antimafia)
Ma proprio questa sua determinazione gli attirò critiche da parte di colleghi e ambienti istituzionali. L’espressione “professionisti dell’antimafia”, coniata da Leonardo Sciascia, fu spesso usata in modo polemico per delegittimare chi, come Borsellino e Falcone, portava avanti un’azione antimafia visibile e determinata.
Borsellino non si lasciò intimidire. Difese pubblicamente Falcone quando fu escluso dalla guida dell’Ufficio Istruzione, e denunciò con forza lo smantellamento del pool antimafia. Nel luglio 1988, durante un’audizione al CSM, parlò esplicitamente di “un inquietante segnale” e di “gravi apprensioni sullo stato delle indagini antimafia”, ormai tornate “settoriali e parcellizzate”.
(CSM.it – Paolo Borsellino – Il disarmo dell’antimafia la denuncia pubblica di Borsellino)
“Lo Stato si è arreso”: la denuncia pubblica
Nel 1988, dopo il cambio di vertice all’Ufficio Istruzione di Palermo, il nuovo capo Antonino Meli disgregò di fatto il pool antimafia. Le indagini furono suddivise tra vari giudici, indebolendo il metodo unitario che aveva portato al maxiprocesso.
Borsellino si oppose, prima internamente e poi pubblicamente, con due interviste su “La Repubblica” e “L’Unità” che fecero scalpore. Dichiarò:
“Lo Stato si è arreso. Del pool antimafia sono rimaste solo macerie”.
L’intervista fu giudicata “scandalosa” da molti colleghi. Ma le sue parole erano vere: lo aveva detto a braccio, ma seguendo appunti scritti di suo pugno. Fu convocato dal Ministero e dal CSM per spiegarsi.
Non ritrattò nulla. Anzi, rivendicò il valore culturale della denuncia pubblica:
“Oggi non ci sono probabilmente più giovani a Palermo che, come me a quindici anni, invidiavano il compagno di classe perché figlio del capo mafia”CSM.it – Paolo Borselli….
(CSM.it – Paolo Borsellino – Il disarmo dell’antimafia la denuncia pubblica di Borsellino)
La mancata nomina alla Superprocura
Dopo la morte di Giovanni Falcone, Borsellino era uno dei candidati naturali alla direzione della neonata Procura Nazionale Antimafia. Ma la sua candidatura fu ostacolata.
Nonostante l’interesse esplicito del Ministro della Giustizia, non fu riaperto il bando del concorso a cui Falcone aveva partecipato prima della sua morte. La riapertura arrivò solo dopo l’assassinio dello stesso Borsellino, in via D’Amelio, con un emendamento parlamentare approvato in agosto.
Nel frattempo, la sua figura restava sospesa. Troppo scomoda per alcuni ambienti, troppo lucida per essere ignorata. Alcuni consiglieri del CSM denunciarono apertamente l’interferenza politica che aveva bloccato la sua nomina, parlando di una “pesante sconfitta” per l’indipendenza della magistratura.
La solitudine di un uomo giusto
A pochi giorni dalla sua morte, Borsellino confidò a sua moglie Agnese:
“Non sarà la mafia a decidere della mia uccisione, ma saranno i miei colleghi e altri a permettere che ciò possa accadere”.
(Interno.gov.it – Paolo Borsellino)
Parole amare, ma non frutto di paranoia. Erano la constatazione lucida di chi conosceva bene il contesto in cui si muoveva. La sua coerenza, il suo rigore, la sua incapacità di tacere lo avevano reso un corpo estraneo in molte stanze del potere.
Eppure, continuò fino all’ultimo a credere nel valore del proprio lavoro, della giustizia come pratica quotidiana e della verità come bene comune.
Una lezione per lo Stato
Paolo Borsellino non fu soltanto una vittima della mafia. Fu anche una vittima di un sistema che non volle — o non seppe — proteggerlo.
La sua figura oggi è celebrata. Ma celebrare non basta.
Bisogna ricordare anche il suo isolamento, le sue battaglie interne, il modo in cui fu lasciato solo.
Perché la coerenza ha un prezzo. E Borsellino lo pagò tutto.
Fonti e Approfondimenti
– Ministero dell’Interno: Paolo Borsellino
– Consiglio Superiore della Magistratura:
• Mafia, affari e politica tra la fuga di notizie, i pentiti e la dottrina dei c.d. professionisti dell’antimafia
• Il disarmo dell’antimafia la denuncia pubblica di Borsellino
• La Procura nazionale antimafia e la riapertura dei termini del concorso. L’intervento della politica