Ogni volta che leggiamo l’ennesima notizia di una donna uccisa o maltrattata, la reazione è quasi sempre la stessa, cerchiamo un colpevole da punire, da isolare. Lo chiamiamo “mostro”, “folle”, “bestia”. È una scorciatoia mentale che ci rassicura, il problema è lui, è “altro”, non ha nulla a che fare con noi.
Ma i numeri e la realtà raccontano qualcosa di molto più scomodo. La violenza di genere in Italia non è un’eccezione, non è un’emergenza improvvisa. È un fenomeno strutturale, radicato, che si alimenta anche di ciò che ogni giorno scegliamo di ignorare, minimizzare o giustificare.
Se vogliamo davvero affrontarlo, dobbiamo smettere di guardare solo il colpevole e iniziare a guardare il contesto che lo rende possibile. Perché la violenza sulle donne non è solo un problema di chi la commette, ma anche di tutto ciò che, intorno, continua a permetterla.
Una realtà numerica che non permette alibi
Per capire quanto il fenomeno sia radicato, occorre guardare i dati ufficiali, che scattano una fotografia impietosa. Secondo le rilevazioni ISTAT più recenti (2025), circa 6 milioni e 400mila donne italiane tra i 16 e i 75 anni hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Parliamo di quasi una donna su tre.
Ed è importante capire che non si tratta solo di episodi isolati commessi da sconosciuti nell’ombra di un vicolo: il 26,5% delle donne ha subito violenza da persone che conosceva bene, inclusi parenti, amici o colleghi. Ancora più allarmante è la situazione all’interno delle mura domestiche: il 12,6% delle donne è stata vittima di violenza da parte di un partner o ex partner. La violenza, inoltre, non è solo quella che lascia segni visibili sul corpo. Esiste una dimensione pervasiva fatta di violenza psicologica (subita dal 17,9% delle donne in coppia) ed economica (dal 6,6%), strumenti usati per annientare l’autonomia della vittima prima ancora di alzare le mani.
Il dato che deve far riflettere di più, però, è quello dei reati che avvengono nel silenzio. Secondo lo studio IPSAD® del CNR, oltre 12 milioni di donne hanno vissuto almeno un episodio di violenza fisica o psicologica, ma di queste solo il 5% ha sporto denuncia. Questo immenso “sommerso” è il sintomo di una società in cui denunciare fa ancora troppa paura o, peggio, appare inutile.
La conta dei reati e i “campanelli d’allarme”
I dati del Ministero dell’Interno confermano che la violenza non si ferma. Nel solo 2025 sono stati registrati 286 omicidi volontari, di cui 97 hanno avuto come vittime delle donne. Di queste, ben 85 sono state uccise in ambito familiare o affettivo, e 62 per mano del partner o dell’ex marito o fidanzato.
Oltre all’esito estremo dell’omicidio, le Forze di Polizia monitorano costantemente i cosiddetti “reati spia“, ovvero quei delitti che segnalano un’escalation di violenza: atti persecutori (stalking), maltrattamenti contro familiari e violenze sessuali. Nel triennio 2021-2023, questi reati hanno mostrato un trend in costante incremento.
Anche nel primo semestre del 2024, nonostante alcune flessioni locali, i casi di maltrattamento in famiglia sono aumentati del 5% rispetto all’anno precedente. Questi non sono solo numeri statistici; sono migliaia di grida d’aiuto che arrivano ai nostri uffici giudiziari ogni mese.
Il punto centrale: la responsabilità diffusa
Perché un uomo si sente in diritto di controllare, perseguitare o uccidere una donna? La risposta non sta solo nella sua psicologia individuale, ma nel “clima” che respira. Il problema centrale è la minimizzazione. Ogni volta che qualcuno dice “era solo uno schiaffo”, “è un uomo passionale”, o “lei se l’è cercata”, sta preparando il terreno per la prossima violenza.
I dati del CNR sono illuminanti sulle motivazioni per cui le donne non denunciano: il 16,6% afferma di aver perdonato o giustificato l’aggressore, mentre il 50,3% era convinto che l’atto non fosse perseguibile per legge. Questa tendenza a normalizzare culturalmente l’esperienza della violenza è il vero collante del fenomeno. Se la vittima stessa arriva a giustificare chi le fa del male, è perché vive in un contesto che le ha insegnato che quel male è, in fondo, accettabile o inevitabile.
La società spesso tollera comportamenti che sono l’anticamera del crimine. La violenza psicologica, fatta di denigrazione, umiliazioni e atti di controllo, viene spesso scambiata per “troppo amore” o gelosia, quando in realtà è una forma di potere esercitata da conoscenti, familiari e partner.
Il sistema e la giustizia: tra leggi scritte e applicate
In Italia abbiamo leggi avanzate, come il Codice Rosso, nate con l’intento di velocizzare le tutele per le vittime. Tuttavia, esiste una distanza significativa tra chi scrive le norme (il Parlamento) e chi deve applicarle ogni giorno nelle Procure.
Un report dell’Osservatorio permanente sull’efficacia delle norme ha evidenziato diverse criticità. Nonostante la quasi totalità delle Procure abbia istituito gruppi specializzati di magistrati, il carico di lavoro è spesso eccessivo e mancano personale e dotazioni strumentali adeguate. Molti magistrati si trovano a gestire una mole di casi tale da rendere difficile quella “tempestività” che la legge richiede.
C’è poi il tema delicatissimo dei pregiudizi. Solo il 19,4% delle Procure prevede momenti di confronto o monitoraggio sull’uso di stereotipi di genere negli atti giudiziari. Questo significa che, a volte, la vittima rischia di subire una “vittimizzazione secondaria“, ovvero il trauma di non essere creduta o di vedere il proprio comportamento messo sotto accusa (il cosiddetto victim blaming) da parte delle istituzioni che dovrebbero invece proteggerla. L’uso di un linguaggio appropriato nei provvedimenti non è un dettaglio formale, ma una questione di civiltà e sicurezza.
Cosa succede nella realtà: l’esperienza del Telefono Rosa
Per capire cosa significhi vivere nel terrore, bisogna ascoltare chi lavora in prima linea, come le operatrici del Telefono Rosa. Ogni giorno accolgono donne stanche di subire, terrorizzate per i propri figli e spesso isolate.
Una delle barriere più forti all’uscita dalla violenza è la mancanza di autonomia economica. Molte donne rimangono con partner violenti perché non hanno i mezzi per mantenere se stesse e i figli, specialmente se l’autore della violenza lavora in nero o risulta nullatenente. Il Telefono Rosa sottolinea come la situazione economica sia un “asse che divide”, una trappola che toglie libertà di scelta.
C’è poi il dramma dei figli che assistono alla violenza (violenza assistita). Spesso le donne esitano a denunciare perché temono che il partner metta in dubbio la loro competenza materna o perché la società continua a vedere un uomo maltrattante come un “buon padre”. In realtà, crescere in un clima di violenza produce danni evolutivi profondi, portando i figli a interiorizzare schemi di sottomissione o di aggressività.
L’interpretazione culturale: perché non basta punire
La ricerca del CNR-Ifc ci dice chiaramente che la violenza non è un evento privato, ma un problema di civiltà che richiede una crescita culturale collettiva. Le donne che subiscono violenza vivono in uno stato di malessere generalizzato, caratterizzato da stress elevato, isolamento e disturbi del sonno.
Non possiamo pensare di risolvere il problema solo con l’incremento delle sanzioni. La prevenzione reale passa per l’educazione e per la rottura degli squilibri di potere. Finché lo stupro verrà definito solo come “sesso senza consenso” (spostando l’attenzione sulla reazione della vittima) e non come un atto di supremazia e negazione della libertà, continueremo ad alimentare processi di vittimizzazione.
Il consenso deve essere esplicito, inequivocabile e fornito in totale libertà, concetti che devono entrare nel DNA della nostra cultura, non solo nei codici penali.
La violenza sulle donne ci riguarda tutti
La violenza sulle donne non è solo una “questione femminile”. È una ferita aperta nel tessuto della nostra democrazia che riguarda tutti. Riguarda l’amico che ride a una battuta sessista, il collega che ignora i lividi di una dipendente, il parente che consiglia di “portare pazienza per il bene della famiglia”.
E riguarda anche chi assiste a un litigio troppo acceso e sceglie di voltarsi dall’altra parte, invece di fermarsi, capire se qualcuno ha bisogno di aiuto e, se necessario, chiamare il 112.
Essere consapevoli non significa solo conoscere i dati ISTAT o i report del Ministero, ma significa soprattutto assumersi la responsabilità di non restare neutrali. Il silenzio e la minimizzazione sono i migliori alleati di chi commette violenza. Finché non costruiremo una società, un sistema giudiziario davvero privo di stereotipi e una rete sociale che offra sicurezza reale e autonomia economica, i numeri delle vittime non scenderanno mai.
La violenza si fermerà solo quando non avrà più alcuno spazio in cui nascondersi, né nella legge, né nella cultura, né nella nostra indifferenza.
Fonti e Approfondimenti
- ISTAT: La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – Primi risultati anno 2025
- Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR): I dati sulla violenza di genere in Italia (Studio IPSAD®)
- Ministero dell’Interno – Servizio Analisi Criminale: Analisi criminologica della violenza di genere
- Ministero dell’Interno: Report Omicidi Volontari
- Osservatorio violenza di genera e domestica: Report di analisi 2024/2025
- Telefono Rosa Torino: Report Annuale 2023
- TelefonoRosa.it Centralino Nazionale: 0039 06 375 18282